domenica, 29 luglio 2007
Prodotto e diretto da cinemaohcinema @ luglio 29, 2007 07:05
Genere: b movie
La Critica commenti (2)(popup) | commenti (2)
Commenti
#1    29 Luglio 2007 - 11:40
 
Quante sono ancora le pagine non scritte sulla più giovane delle Arti? Quante le rivelazioni ancora celate, le intuizioni sepolte, le assonanze da scoprire? Una di queste, ad esempio, è rappresentata dal fil rouge che unisce Federico Fellini a Mario Bava. Proprio così: il Grande Ingannatore ed il Sommo Artigiano sono stati fra i pochi degni eredi di Georges Méliès e del suo fantasmagorico cinema dell’Affabulazione. Ciò che li differenzia è, senza dubbio, il rapporto col laghetto di Narciso: Fellini non ha smesso di specchiarvisi un nanosecondo, Bava vi si è soffermato giusto un attimo per spegnere la cicca della sigaretta…Perso nel proprio giardino d’infanzia, l’uno, così gravido di totemiche ombre; avvolto nei fumi multicolori della propria officina alchemica, l’altro; proprio così: Se il padre di Otto e mezzo tramuterà in Puro Cinema gli arabeschi Liberty del Flash Gordon di Alex Raymond ed i deliri floreali di Antonio Rubino e del suo Corriere dei Piccoli, il papà di Danza Macabra non si dimenticherà mai di essere un pittore, irrimediabilmente attratto dall’espressionismo più umbratile e dall’oltranzismo delle avanguardie. Ne è fulgida dimostrazione questo La frusta e il corpo, un film che sembra un raccontino abortito di Carolina Invernizio. Un’opera talmente incongruente dal punto di vista narrativo da sfiorare sovente il ridicolo. O il sublime, come nei film più “liberi” di Powell & Pressburger: e proprio al pari dell’ineguagliabile coppia di anglosassoni dandy il Nostro crea una “stordente atmosfera da serra” (bellissima definzione di Emanuela Martini per Narciso Nero) allo scopo di annullare una- brutta- sceneggiatura per dedicarsi all’adorata arte del trompe-l’œil. Infatti La frusta e il corpo, con quei corpi affilati, da Morgue Metafisica, con i suoi “caligarismi” cromatici, ed il continuo sibilare del vento e dello scudiscio non è altro che l’omaggio di Bava al “gotico astratto” del grande Alberto Martini, il pittore italiano più inquieto (ed inquietante) del 20° secolo. (scheda scritta da me medesimo per un vecchio dossier sul grande Bava. Grazie per la dedica)
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#2    03 Agosto 2007 - 18:36
 
Il Teatro di Conte Nebbia

[..] Quante sono ancora le pagine non scritte sulla più giovane delle Arti? Quante le rivelazioni ancora celate, le intuizioni sepolte, le assonanze da scoprire? Una di queste, ad esempio, è rappresentata dal fil rouge che unisce Federico Fell [..]
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[Dedicato a contenebbia, Lollo e "Nonno" Luciano. The Cappuccino Kid]

 

Anno: 1963

Durata: 88 min.

Italia/Francia – Colore

35 mm (1:1.75), Panoramico - Technicolor

Genere: Horror

Produzione: Vox Film, Leone Film, Francinor, P.I.P.

Distribuzione: Titanus

Regia: Mario Bava (John M. Hold)

Soggetto e Sceneggiatura: Ernesto Gastaldi (Julian Berry), Ugo Guerra (Robert Hugo), Luciano Martino (Martin Hardy)

Fotografia: Ubaldo Terzano (David Hamilton)

Scenografia: Ottavio Scotti (Dick Gray)

Costumi: Anna Maria Palleri (Peg Fax)

Montaggio: Renato Cinquini (Rob King)

Musiche: Carlo Rustichelli (Jim Murphy)

Interpreti: Daliah Lavi, Christopher Lee, Luciano Stella (Tony Kendall), Ida Galli (Isli Oberon), Harriet Medin (Harriet White), Gustavo De Nardo (Dean Ardow), Luciano Pigozzi (Alan Collins), Jacques Herlin.


In un tetro castello vive l'aristocratica famiglia Menliff: il vecchio conte, il figlio Cristiano con la giovane moglie Nevenka e la nipote Katia oltre la governante e un vecchio servitore. Il ritorno al maniero dell'altro figlio del conte, Kurt, a suo tempo scacciato e diseredato per le sue scelleratezze, risveglia in Nevenka la passione per l'amante di un tempo. Kurt viene pugnalato alla gola. Il suo spirito comincia ad ossessionare Nevenka che crede di ricevere ancora le sue visite notturne e le sue torture. Poco dopo anche il vecchio conte viene ucciso. Il terrore regna al castello fin quando non si scopre il vero colpevole che in un momento di esaltazione si uccide. Giocato sulla psicologia del sadomasochismo (che gli procurò noie in censura), condotto a ritmo lento e ossessivo, ricco di ingegnose invenzioni registiche e di attori con le facce giuste, è uno dei migliori film di Mario Bava. (Il Morandini)

“Nella mia attività non ho mai avuto dissapori con i miei registi, tranne una volta, per un film di poco costo intitolato Caltilki il mostro immortale. In quel­l’occasione mi capitò addirittura di cacciare il regista dal set, si chiamava Riccardo Freda, era abbastanza famoso, e lo sostituii con il direttore della fotografia, Mario Bava, il quale poi divenne a sua volta famoso. Bava non osava fare il regista, ma io sapevo che possedeva le capacità per farlo, infatti è stato bra­vissimo perché ha avuto un successo enorme e ha continuato a lavorare per me facendo altri film, La maschera del demonio, film in bianco e nero fatto nel 1950 nel quale ho avuto come scenogra­fo Piero Gherardi, Esther e il re, come aiuto di R. Walsh, Gli invasori, La ragazza che sapeva troppo, I tre volti della paura.” (Nello Santi)

ATTENZIONE. Il brano riportato è composto da estratti da “Cinema, Oh Cinema!”, di Franca Santi Invernizzi, edito da fuoridallerotte. Tutti i diritti appartengono all’Editore.